Bukowski,  Libri,  Recensione

Panino al prosciutto – Charles Bukowski

Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta di Charles Bukowski
La parola che più spesso è accostata al suo nome è “ubriacone”.

Immaginerai un pazzo scriteriato, un rozzo, privo di stile, che sarebbe indegno definire scrittore.
Sinceramente, tirando a caso con queste definizioni, non sbagliereste più di tanto. Lui non si offenderebbe neanche. Certo, magari un pugno sul muso ve lo darebbe lo stesso. Ma Buk è fatto così. Era. L’alcool ha vinto alla fine e lui è finito sottoterra. Dopo addirittura 73 anni e più di una cinquantina di libri all’attivo. Alla faccia vostra.

E sulla sua tomba c’è un laconico consiglio: “Don’t try”. Perché quella di Bukowski è stata una vitaccia. Ricca di delusioni, sconfitte, batoste vere. Non solo sbronze e scopate, quelle che magari da adolescente m’hanno fatto prendere in mano per la prima volta un suo libro. Così, per ridere, perché mi avevano detto che lui non si faceva scrupoli a mettere ogni tanto la parola “fica” nei suoi racconti.
 
Non volevo pensare però che Bukowski fosse un fenomeno da baraccone. E non riuscivo a stancarmi di quel suo modo brutale di scrivere, sincero, crudo, vero. Stranamente tenero.

Gli passavano per la testa le stesse cose che avrei pensato io non dopo una giornata no, ma dopo dieci, cento giornate storte. Dopo una vita intera che ti prende a calci.
 
Panino al prosciutto” è uno dei suoi sei romanzi. Chiamiamolo “semi-autobiografico”, perché Bukowski fa parlare in prima persona il suo alter ego, Henry Chinaski, e ci fa capire da dove inizia tutto.

Divorando le pagine dei primi vent’anni di vita di Chinaski il mio punto di vista è iniziato a cambiare: ho smesso di sorridere pensando ai fiumi di birra e alle centinaia di donne.

L’infanzia di Bukowski-Chinaski è fatta di cinghiate sulla schiena; tremenda acne capace di rovinare la faccia, il corpo e la vita di un timido ragazzino; genitori bigotti e ipocriti; esclusione; insegnanti dispotici; strade sbagliate che rimangono le uniche da poter percorrere.

Era impossibile. Fare le cose, le cose semplici, i picnic, il Natale, il 4 Luglio, il Labor Day, la Giornata della Mamma… Possibile che l’uomo fosse nato solo per sopportare cose del genere e poi morire? Avrei preferito fare il lavapiatti, tornarmene la sera tutto solo in una stanzetta e bere fino a crollare addormentato.”

La vita di Bukowski è da sempre stata un disastro. I suoi unici amici erano Fante, Hemingway, Mozart, Mahler. Non solo bicchieri stracolmi di qualsiasi cosa potesse spappolargli il fegato. 

Dai bar, finiva poi per richiudersi in qualche squallida stanza di Los Angeles. Col foglio davanti.

A cura di 
Fabio Michetti

 
Charles Bukowski

Sara Daniele, copywriter, blogger, travel marketer. Laureata in Lingue e Letterature Straniere. Napoletana di origine e di indole, ho vissuto per due mesi a Londra e una parte del mio cuore è rimasta lì. Mi sento cittadina del mondo, ma l'odore del caffè mi riporta sempre a casa. Ho trovato la mia dimensione nel blogging e nei social media, perché uniscono le tre cose che più mi piacciono: le parole, le connessioni umane e la comunicazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.