Artemisia Gentileschi
Cultura

Artemisia Gentileschi: quando la donna si ribella, quando l’arte grida

Intro: Artemisia Gentileschi è stata un’artista dall’innegabile talento, fiera, battagliera, ostinata, fuori dagli schemi del suo tempo. Una donna, un modello da seguire.

Siamo a Roma nel 1612 e una donna dalla bellezza seducente e dal volto fiero si avvia con passo deciso verso una sala di Tribunale.

Conscia delle torture cui dovrà resistere e subire per provare che quel che sta per pronunciare è il vero.

E la verità che serba nel ricordo è davvero una verità scottante, specie per l’epoca.

Lei è Artemisia Gentileschi, donna destinata a imprimersi nella storia per il suo coraggio, e, nella storia dell’arte, per il suo passionale e talvolta crudo o spiccatamente sensuale talento pittorico.

Lo stupro subito, l’onta e il coraggio di “osare”

La giovane figlia non ha sporto la pesante denuncia in prima persona, ma “osa” confermarne la veridicità davanti ad un tribunale maschile, rigido, ma soprattutto, almeno in parte, prevenuto.

Lei è bella, e ne è forse consapevole.

Artemisia è figlia di Orazio Gentileschi, celebre pittore dal carattere complesso, amico di alcuni dei più noti e “dannati” artisti dell’epoca (uno fra tutti? Caravaggio!).

Il pittore Agostino Tassi, amico del padre, ha abusato di lei.

L’ha deflorata prendendola con la violenza e, ancor più umiliante, non l’ha sposata subito dopo, rendendola così una donna priva di ogni buona prospettiva futura.

Una vergogna, una creatura senza alcuna dignità, una trappola per il padre, una terribile offesa per l’onore di famiglia.

Artemisia la puttana.

Ma Artemisia non tacque, non frenò la sua delusione né il suo dolore, e rivendicò il suo diritto di vedere punito quell’amico fidato che forse già da tempo la guardava con intenzioni oscure.

Il talento innegabile di una donna fuori dagli schemi

Artemisia ha un enorme talento, sa dipingere.

Il padre, fin da quando era una bimba, l’ha istruita all’arte pittorica, l’ha portata con sé ad ammirare per le strade di Roma le meravigliose opere dei grandi maestri dell’arte.

Le ha insegnato a macinare e mescolare i pigmenti, a ricreare gli effetti di luce e ombra, a posare nuda davanti al suo sguardo severo di padre ammirato, fiero e inquieto.

Dopo le fastidiose attenzioni a lungo subite, Artemisia ci parlerà di sé, di quel che ha provato e vissuto e lo farà attraverso la sua voce più chiara e potente: la sua arte.

La sua sarà una pennellata intensa, passionale, talvolta scandalosamente seduttiva, anche quando i temi trattati sono i temi classici del repertorio religioso.

Susanna e i vecchioni

Artemisia Gentileschi

Emblematico è il suo “Susanna e i vecchioni” (1610 ca.), ispirato ad un episodio biblico già tante volte rappresentato.

Nel Testo Sacro si narra che la bella Susanna venne un giorno notata da due vecchi mentre era intenta a lavarsi.

I due, resi folli di piacere e desiderio, cominciarono allora a importunarla minacciandola di accusarla come adultera se non si fosse concessa, se non avesse ceduto alle loro avances.

Ma Susanna era una pia e virtuosa ragazza, e rifiutò subendo così un’accusa pubblica da parte dei due vecchi giudici.

Ormai è condannata ingiustamente e arrendevolmente pronta a morire.

Ma un giovane di nome Daniele, ispirato dal signore, ne prese all’improvviso e con vigore le difese, ed invitò tutti ad indagare la situazione prima di una qualunque accusa.

Susanna è innocente, Susanna ha di nuovo il suo onore, Susanna non è un’adultera.

Artemisia diventa Susanna, una Susanna dalla pelle chiara, i seni formosi, i fianchi che si modellano con linee morbide e seducenti.

Il viso incorniciato da bellissimi capelli che le scendono lunghi su una spalla.

Il capo piegato e voltato a non incrociare lo sguardo dei molestatori, due mani a proteggersi dalla loro sporca proposta, le sopracciglia serrate in un’espressione di fastidio, la bocca contratta in una smorfia di rifiuto.

Fragile e decisa.

I due uomini non sono però due vecchi, come la tradizione biblica vorrebbe.

Uno in particolare ha una folta testa scura e riccioluta, un volto appena accennato, seminascosto, ma decisivo.

Alcuni critici hanno voluto rivedere in quel volto piuttosto giovane e caratterizzato, il volto di Agostino Tassi.

Al tempo della composizione, per altro firmata, Artemisia ha soli diciassette anni, e il suo talento è indubbiamente precoce se non aiutato in gran parte dalla sicura mano del padre.

In ogni caso l’opera è realizzata un solo anno prima dello stupro del Tassi.

Forse Artemisia si identificò in quel personaggio biblico, come poi farà con altri potenti soggetti, stanca delle lascive attenzioni di cui era da tempo vittima.

Giuditta che decapita Oloferne

Artemisia Gentileschi

Artemisia, dieci anni dopo, desterà scalpore tra gli estimatori d’arte del tempo per un’altra opera, realizzata in un’altra fase della sua vita.

Un’opera più matura e certamente ancora più personale, sicuramente frutto del fascino esercitato sulla giovane da un immensamente carismatico Caravaggio: “Giuditta che decapita Oloferne”.

La pittrice realizzò ben due versioni sullo stessa tema, anch’esso tratto dalla tradizione biblica.

Nella tela, oggi conservata alla Galleria degli Uffizi a Firenze, la sua Giuditta tiene senza esitazione alcuna e con tenace decisione il coltello fermo a recidere il capo del crudele nemico.

Da questa testa, anch’essa scura, giovane e riccioluta, sgorgano strisce di sangue che non ricordano quelle potenti ma ancora simboliche del Caravaggio, per tingersi invece di amaro realismo.

Una crudezza che non tutti riconobbero subito come arte, e che non tutti colsero immediatamente in tutta la sua innovazione.

Anche perché questa novità di rappresentazione sgorgava da una donna già celebre, una donna che già aveva fatto parlare di sé, una giovane piena di sorprese.

Se poi la Giuditta realizzata da Caravaggio (cui certamente si rifanno tanti elementi del dipinto della pittrice ma che in generale risulta estremamente meno terrena ed invece fortemente simbolica) è una giovane bella, dall’espressione intrigante ma quasi riluttante, vagamente infastidita dal crudo gesto che è costretta a compiere, la Giuditta di Artemisia è ancora una volta Artemisia, in tutto il suo prorompere di giovane donna formosa, con riccioli a incorniciarle il tondo volto, braccia forti ed espressione tutt’altro che riluttante.

Un’espressione fiera e soddisfatta.

È forse la sua vendetta per un torto subito?

Artemisia decapita con ferocia il nemico.

Artemisia Gentileschi: un modello da seguire

Ma Artemisia è una donna modello per altre ragioni ancora.

Sposatasi nonostante il marchio inflittole dopo l’abuso subito, uscita almeno in parte vittoriosa dalla complessa vicenda giudiziaria, ebbe modo di allontanarsi da quella Roma.

Quella città era per lei luogo di stretti ed ambigui legami e del pressante controllo del padre, per andare nella splendida Firenze, dove non solo riuscì a inserirsi ben presto all’interno del circolo di potenti in campo artistico del tempo, ma anche ad essere madre.

E a farsi ammettere nella prestigiosa ed elitaria Accademia del Disegno, generalmente luogo precluso a una donna.

Insomma, una Donna.

Letture consigliate (clicca i titoli per acquistare):

  1. Alexandra Lapierre, Artemisia, Romanzo, Grove Pr; Reprint edizione 2001
  2. Susan Vreeland, La passione di Artemisia, Neri Pozza, Vicenza 2002
  3. Francesca Torres e Tiziana Agnati, Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Selene Edizioni, Milano 2008

A cura di Amina Abdelouahab

Sara Daniele, copywriter, blogger, travel marketer. Laureata in Lingue e Letterature Straniere. Napoletana di origine e di indole, ho vissuto per due mesi a Londra e una parte del mio cuore è rimasta lì. Mi sento cittadina del mondo, ma l'odore del caffè mi riporta sempre a casa. Ho trovato la mia dimensione nel blogging e nei social media, perché uniscono le tre cose che più mi piacciono: le parole, le connessioni umane e la comunicazione.

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