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Mordecai Richler – La versione di Barney

(No Spoiler) – Adesso vi spiego come mai preferisco la carta stampata allo schermo di un e-reader.

In genere scelgo cosa leggere in base a criteri personalissimi e non per forza logici. In qualche caso “seguo un percorso”, in qualche altro mi smarrisco in strane congetture che mi portano infine a mettere le mani su qualcosa di sconosciuto.
Per “La versione di Barney” sono stato banalmente fregato dalle scelte commerciali di una libreria qualunque: il film tratto dal libro era in circolazione e nella mia testolina è scattato il classico “leggerò il libro e poi mi sorbirò il film per massacrarlo come se giocassi a ‘Trova le differenze’ su La Settimana Enigmistica”.

Sì, poi il film l’ho visto. Non me ne vogliate, ma non m’interessa parlarne.

E sono veramente grato alla “libreria qualunque”, perché Richler mi ha emozionato.

Altra precisazione: non m’interessa fare un riassuntino. Spiattellare qui tutta la trama. No. C’è Wikipedia per questo.

Io vi racconterò cosa m’è successo quando ho conosciuto Barney Panofsky. Ebreo canadese, benestante, produttore televisivo, con tre matrimoni alle spalle.
Qualche problema con l’alcool, modi un po’ burberi e cinici quando si tratta di socializzare e un rapporto conflittuale con l’istituzione del matrimonio (questo l’avevate intuito già). Appassionato di hockey, colto, sarcastico. Mi ha fatto pisciare sotto dalle risate. Il tipo che si diverte a scrivere lettere assurde e paradossali ai propri “nemici”, per prendersi gioco di loro, come un bambinone dispettoso e irascibile. Spassoso.
Un problemino con la legge soprattutto: Barney si mette a scrivere questa mezza specie di autobiografia piena di flashback per discolparsi da un’accusa di omicidio. Ci da la sua “versione”, appunto.


Alla fine vi farete anche voi un’idea. Avrà veramente ucciso il suo vecchio amico Boogie?
Ora non importa. Barney però si sente in colpa. Per i suoi modi da villano, per i suoi tradimenti. Come molti, è pieno di rimpianti. Un incorreggibile “collezionista di rancori”: quest’ultima, in particolare, è una definizione tremendamente azzeccata. Affibbiatagli dall’ultima moglie, Miriam. La donna capace di far sentire ancora innamorato un vecchio orso come Barney. La madre dei suoi tre figli, con i quali i rapporti non sono proprio idilliaci.

Mi sono sentito come l’amico di questo narratore tragicomico. Avrei desiderato ritrovarmi gomito a gomito con lui, al bancone di un bar di Montreal. Ascoltando i suoi racconti, la sua versione, i suoi ricordi di gioventù, le sue scappatelle.
Una vita, quella di Barney, ricca come poche. Ma a tratti velata di malinconia, perché in parabola discendente.
Immaginatelo alticcio, senza più nessuno vicino, anche solo per un po’ di compagnia.
Non è semplice essere Barney Panofsky, non è semplice caricarsi sulle spalle la sua storia.
Ho sentito quel peso pagina dopo pagina. Lui mi ha raccontato tutto o quasi, il necessario per farmi capire come ci si deve sentire nei suoi panni.
La sua storia mi ha commosso. Ho pianto. Ho pianto sul serio.
Con la testa china su quelle pagine, d’un tratto delle macchioline bagnate si sono mischiate alla punteggiatura, alle parole allineate.

Salinger scrisse: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.”
Questo è quel che ho provato.
Non potevo chiamare Richler, né Barney. Non potevo telefonare a nessuno perché stavo letteralmente singhiozzando. Avete capito?

Ora, io penso che piangere sulla carta stampata sia tutta un’altra cosa. Ha un senso. Sono fatto così: sono melodrammatico.

V’immaginate bagnare tutto lo schermo di un e-reader?! E se poi si rovinasse? No, non fa per me.

A cura di
Fabio Michetti

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(No spoiler) – I’m about to tell you why I prefer printed paper rather than an e-reader screen.
I usually have strictly personal evaluation criteria in choosing my next reading, and  they may not be logical. Sometimes I “follow a path”, some others I lose myself in odd conjectures leading me to something absolutely unheard-of.
In the case of “Barney’s version” I was screwed over by whatever bookstore’s marketing choices: the film based on the book was out in the theaters and in my little head the typical “I’m going to read the book and then I’ll watch the movie just to destroy it like when I play at Find the differences in puzzle magazines” mode turned on.
Yes, I saw the movie later. Don’t hold it against me, I’m not interest in discussing it.
And I’m really grateful to the Whatever bookstore because Richler moved me.
I must add: I don’t care about writing a recap, blurting out the synopsis, no. Wikipedia is the source for that. I’m going to tell you what happened to me when I met Barney Panofsky. Jewish, Canadian, a wealthy TV producer with three marriages on the record. Little problem with alcohol, a bit cynical and grouchy in social circumstances and hostile towards marriage (it was plainly obvious). Hockey fanatic, well-read, ironic. He made me laugh my ass off. The kind of guy who likes writing eccentric and absurd letter to his “foes” to make fun of them like a naughty and hot-tempered man child. Hilarious. Above all, one tiny problem with the Law: Barney is writing a sort of autobiography filled in with flashbacks to vindicate himself from a murder charge. His “version” precisely.
In the end, you’ll get a sense of it. Did he really kill his old friend Boogie?
It doesn’t matter now. Nonetheless, Barney feels guilty. For his rude manners, his betrayals. As many are, he’s regretful too. The uncontrollable “rumpled grumpus”, a perfect definition given him by his latest wife, Miriam. The woman who could make the old grumpy Barney feel in love. The mother of his three children with whom he is not in good terms.
I felt like a friend to this tragicomic storyteller. I’d wish I was next to him sitting in some bar in Montreal. Listening to his tales, his version, his youth memories, his flings.
Barney’s life was rich as few others are. But usually dimmed with melancholy, as in a free fall.
Imagine him tipsy, with no one near, not even for a little company.
It’s not easy being Barney Panofsky, it’s not easy to burden oneself with his story.
I felt that weight page after page. He told me almost everything, all I needed to understand how it is to be in his shoes.
His story moved me. I cried. I really cried.
My head bent over the pages, I realized a few wet spots blurred the lines.
Salinger wrote:What really knocks me out is a book that, when you’re all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone whenever you felt like it.”
 

That’s exactly how I felt. I couldn’t call Richler nor Barney. I couldn’t phone no one because I was actually sobbing. Did you get that?

I think that crying over printed paper is something else. Has a sense. That’s how I am: I’m melodramatic. Can you imagine getting an e-reader screen all wet? What if it gets damaged? No, not for me.
Traslation By
Brunella Gangemi

Sara Daniele, copywriter, blogger, travel marketer. Laureata in Lingue e Letterature Straniere. Napoletana di origine e di indole, ho vissuto per due mesi a Londra e una parte del mio cuore è rimasta lì. Mi sento cittadina del mondo, ma l'odore del caffè mi riporta sempre a casa. Ho trovato la mia dimensione nel blogging e nei social media, perché uniscono le tre cose che più mi piacciono: le parole, le connessioni umane e la comunicazione.

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